Dell’ictus si parla quasi solo in termini di emergenza: riconoscere i sintomi, chiamare il 118, arrivare in tempo alla Stroke Unit. Tutto giusto. Ma c’è un prima e c’è un dopo, e in entrambi l’esercizio fisico pesa più di quanto si pensi.
Il 29 ottobre è la Giornata Mondiale dell’Ictus: una buona occasione per parlarne.
Prima: il movimento come prevenzione
Una meta-analisi ha messo insieme 18 studi di coorte e 5 caso-controllo. Rispetto ai sedentari, chi è moderatamente attivo ha un rischio di ictus più basso del 20%, chi è molto attivo del 27%. Vale sia per l’ictus ischemico sia per quello emorragico (Lee, Folsom, Blair, Stroke 2003;34:2475-2481).
Il motivo è semplice. Il movimento agisce su pressione, glicemia e peso, cioè sui fattori che l’ictus lo preparano per anni.
Eppure in Italia il 27% degli adulti è sedentario, e sopra i 65 anni si sale al 37% (Istituto Superiore di Sanità, sorveglianze PASSI e PASSI d’Argento 2023-2024).
Dopo: l’errore di fermarsi
Qui vedo l’errore più frequente. Finita la riabilitazione, il paziente torna a casa e si ferma. Per paura, per stanchezza, perché nessuno gli ha detto cosa fare.
Ma muoversi meno dopo un ictus riduce ulteriormente la capacità funzionale (Ministero della Salute, documento sulla riabilitazione a lungo termine dell’ictus, dicembre 2025). Il recupero ottenuto in settimane di lavoro si perde.
Quanto esercizio, e di che tipo
A chi ha avuto un ictus si raccomandano, quando possibile, dai 20 ai 60 minuti di esercizio. Due o tre mesi di lavoro intenso migliorano in modo significativo le prestazioni (Ministero della Salute, stesso documento).
Per ridurre il rischio di un secondo ictus è indicata l’attività aerobica: almeno 10 minuti a intensità moderata quattro volte a settimana, oppure 20 minuti a intensità vigorosa due volte (Linee guida AHA/ASA, Kleindorfer et al., Stroke 2021;52:e364-e467).
Sono soglie minime, raggiungibili anche da chi parte da molto in basso.
Conta anche l’intensità: lo studio Walk ‘n Watch
Lo studio canadese Walk ‘n Watch ha coinvolto 306 pazienti in 12 reparti di riabilitazione. All’ingresso percorrevano in media 152 metri in sei minuti (Peters, Eng et al., Lancet Neurology 2025;24:643-655).
Con almeno 30 minuti al giorno di cammino a intensità progressiva, cinque giorni a settimana, hanno guadagnato 44 metri in più rispetto alla riabilitazione standard. Sono migliorati anche equilibrio, velocità del passo e qualità di vita, senza eventi avversi gravi durante le sedute (stesso studio).
Gli autori lo scrivono chiaramente: le linee guida raccomandano da tempo molto cammino dopo l’ictus, ma la pratica cambia lentamente (stesso studio).
Chi segue il paziente dopo la dimissione
Dopo l’ictus servono una prescrizione precisa e un luogo dove proseguire.
Il fisioterapista accompagna la fase riabilitativa. Poi il lavoro continua con un programma di esercizio adattato, costruito sui deficit residui, sui farmaci e sul rischio cardiovascolare di quella persona. È il compito del chinesiologo delle attività motorie preventive e adattate, in una struttura dove il medico sa cosa succede in sala e chi allena sa cosa c’è scritto nella cartella clinica.
In sintesi
Prima dell’ictus l’esercizio abbassa il rischio. Dopo, mantiene il recupero e riduce la probabilità di un secondo evento. In entrambi i casi serve una dose precisa, e qualcuno che la prescriva.
